Carolina

Carolina era di plastica.
Una mucca pezzata, bianca e a fiori, dotata di corna e mammelle, vinta con i punti premio dei formaggini Invernizzi.
Ci si puo’ affezionare cosi tanto a qualcosa che lentamente, giorno per giorno, si sgonfia, fino a diventare un lenzuolo sgualcito di polimeri e petrolio ?

Ma ho sempre pensato che le cose accanto a me fossero vive.
E magiche.
Dotate di vita propria, indipendente da me.

Dunque le volevo bene, ed era di lei che chiedevo ancora prima di entrare in casa, al ritorno da scuola.
Mia madre si affacciava al poggiolo e dalla strada le gridavo:
“Ha mangiato Carolina?”
“Si, ha mangiato tutto e ha finito poco fa, sali”
“Ma Carolina ha fatto il latte?” insistevo, avvicinandomi sotto il balcone.
“Ancora no, e’ piccola, sali” rispondeva mia madre.
“ Ha giocato oggi?”
“Sali!” alla terza domanda , di solito, prendevo le scale.

Non ho idea di quale piacere provassi nello stringere una relazione tanto intima con un palloncino di gomma riempito soltanto di aria e leggerezza.

…Mille versi ti ho cantato Carolina, e ora non so come spiegare, nos seus olhos fundos , tanto dolore, tutto il dolore di questo mondo….

Carolina, quanto sei durata?
Una settimana, un giorno, un mese?
Eppure ti ricordo cosi’ viva, per il calore di plastica che m’hai dato, un calore di aprile, tiepido come una guancia, che si e’ sgonfiato sempre piu’, fino a diventare un lembo triste e sgualcito sul pavimento della cucina.

( Ti ho vista ieri)

 

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La rana nella pancia

“Sai che ti dico?” Disse la rana alla vacca pezzata “Mi sono stancata di saltare…mi gira invece di nascondemi e scavare , cosi come fanno le talpe e i lombrichi.”

La vacca pezzata, al sentir queste parole, si mise a ridere a crepapelle: ma che pazzia e’ mai questa? Poi smise quando realizzo’ che la rana era intenzionata a far proprio sul serio.

Stendeva le proprie zampe palmate davanti a se’ e curvava le piccole membrane verdognole nell’atto di smuovere intere zolle di terra. Ma cio’ che otteneva era solo qualche sbuffo di polvere che si sollevava appena.

La vacca pezzata soffiò dalle narici spazientita: “Non e’ cosa tua, rana! Cambiar la propria natura non e’ una gran condotta e non ti portera’ a nulla di buono. Io te l’ho detto e qui me ne vado”. La vacca pezzata si voltò e si diresse a cercare un altro angoletto d’erba, ruminando tra se’ e se’,cosi com’era abituata a far da una vita.

La rana si guardo’ attorno, un po’ rattristata, un po’ desolata. Non voleva credere di non potercela fare. Bisognava che vedesse che c’era li’ sotto. Forse la terra conteneva gole immense, tesori nascosti, citta’ sotterranee, laghetti purissimi, stagni incontaminati. Lei voleva andare giu’. E al cuore della terra sarebbe arrivata.

Così un giorno, mentre se ne stava assorta nei suoi pensieri verdognoli passò di fianco a lei un lombrico a forma di elastico rotto.
Portava addosso ancora l’odore di terra umida e smossa, come s’avesse un impermeabile profumato di pioggia.

“Ti prego, ti prego, dimmi che c’e’ laggiu’”, disse la rana al lombrico, indicando la terra.
“ C’e qualcosa che non finisce mai e che finisce ad ogni passo, rana! Il mondo li’ e’ compatto e denso, tutto ti avvolge come ad abbracciarti in una stretta che non soffoca; e la sostanza dei sogni, pure quella e’ piu’ consistente”
“Ti prego ti prego, portami con te!“ disse la rana al lombrico .

Lui inarco’ la lunghissima schiena, si curvo’ e di nuovo torno’ a guardare avanti , conficco la minuscola testa nella terra, poi risbuco’ e studiò la rana che lo guardava impaziente….
“E va bene, ti portero’ con me. Ma ad un patto. Che tu non voglia tornar su’ colta da paura, rana!”
“ Te ne saro’ per sempre grata” disse lei a quell’essere cosi’ elastico. Gli saltò in groppa e si lasciò trasportare, come a cavallo.

Le si presentarono davanti dapprima le bocche spalancate di piccole grotte che diventarono poi budella infinite di cunicoli e arrivarono ben presto nella pancia della terra, li dove le pietre sembravano trasudare come le pareti di un ventre sotterraneo e buio.

Le viscere di quel corpo rotondo commuovevano profondamente la rana facendole socchiudere lentamente gli enormi occhi a palla.

Era in quei momenti che lei assaporava la sensazione d’essere completamente dentro al suo sogno, conficcata come una punta di spillo nella carne di quel grembo. Un sogno tattile e compatto, che non aveva la sostanza eterea di quelli fatti a cielo aperto, ma un’altra, calda e primordiale che antecede ogni nascita e ogni venuta al mondo.
Sembrava che tutto pulsasse laggiu’, di una pulsazione sorda e profonda. Era il ritmo della terra.
Ne ebbe quasi paura…. Quel rumore era la cosa piu’ arcana che avesse mai sentito.
Si ricordo’ allora delle parole del lombrico e si fece coraggio.

Non c’era nulla di consolatorio laggiu’, nulla che mostrasse una bellezza fine a se stessa, quella bellezza che si mostra per farti sospirare.

Si trattava di qualcosa di diverso. Era come trovarsi di fronte ad una madre arcaica e implacabile, anzi no, impassibile, che della sua’ autorita’ faceva saggezza.
Non c’era nulla da poter dire, ne’ contraddire. Nulla da aggiungere. Occorreva soltanto accordarsi con quel ritmo che, si sentiva, era il ritmo dell’universo.

Rimase li.

Giorni e giorni.

Non volle tornar su’, la rana.

Si accorse che da li’ sotto , conficcata come uno spillo nella carne di quel grembo rotondo, la raggiungevano altri suoni.
I suoni di lassu’, del mondo la’ fuori’.

Sentiva colpi e cianfrusaglie, baccani di guerriglie, echi lontani di bimbi in riva al mare, rumori di catene e ingranaggi, le nenie delle ninna nanne, di acquazzoni tropicali e dei violini nelle strade della Transilvania. Le omelie dei sacerdoti ortodossi e gli zoccoli delle caravane nelle praterie americane.

E man mano che l’orecchio le si affinava sentiva il rumore delle foglie mosse dal vento, il volo d’ali degli uccelli, tanto che riusciva a distinguere il battere e il levare delle penne forti delle anatre dalle piume delle rondini.
Un giorno, mentre se ne stava li, ferma e immobile, udi addirittura il piccolo scricchiolio delle foglie secche che si appoggiavano a terra, della neve che dal cielo terminava al suolo, di una ruota vanesia di pavone che si apriva al mondo come un ventaglio variopinto. Seppe, in quel momento, che tutto le si stava rivelando.
Non c’era piu’ nulla da vedere li’ fuori, nulla da rincorrere, nulla da cercare, nè da ottenere.

L’universo intero le parlava .

Ben presto comincio’ a riconoscere il rumore degli astri, del sole che spuntava e poi il sibilo delle stelle.
Sentiva ogni cosa da li sotto, conficcata come uno spillo dentro a quel silenzio immane. Distingueva tutto, faceva parte di tutto, fino a diventare lei stesse quel tutto e quel silenzio.

La rana rimase li.
Nessuno sa se torno’ mai qui, dove l’aria suona le foglie e raffredda i nasi delle persone. Ma dicono che ancora sia li’.

Dicono che non morira’ mai.
Con i suoi enormi occhi a palla appena socchiusi, a sentir che tutto si muove mentre tutto e’immobile.
Cosi sveglia e impassibile, quasi morta eppure tanto viva.

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Il mondo dell’andirivieni

C’era un mondo di luce nel paese dell’al di là.
Era fatto di pane e nuvole color di lillà. Acque fiorite e farfalle giganti. Sassi di madreperla ed erba come seta che a camminarci sopra i piedi avevan gioia.
C’era un mondo di buio nell’al di qua’.
 Un mondo sotterraneo di buchi, tane, lombrichi e serpenti . Un posto di passaggio sulla soglia di una terra spoglia e umida cosparsa dei resti di ciò che un tempo era il mondo dell’andirivieni.
L’andirivieni era un luogo fatto a cerchio e fatto a palla, tenuto insieme da fili di lana e fil di ferro. Ci stavano le mosche, quelle bianche, e le pecore, quelle nere.
Ma una notte  le pecore, alzando il muso al cielo, bevvero e succhiarono dalla via lattea  tutto il suo latte, stelle e fate morte . Divennero bianche divennero molte tanto che a contarsi divennero storne.
Le mosche si posarono e a testa in giù mangiarono dalle radici di un tamarindo e succhiarono pantano nero, foglie secche e fango vivo. Divennero scure divennero nere e volarono a turno cosi tanto e cosi intorno da darsi fastidio.
Quando le pecore divennero bianche e le mosche divennero nere il mondo  dell’andirivieni cambiò di senso e alla fine si fermò, senza più spinta si bloccò. Staccandosi dalla volta precipitò, fino a posarsi sul mondo dell’al di qua’.
Gli abitanti dell’al di là guardarono in basso e affacciati e aggrappati ai margini dell’Universo indicarono in giù e fecero “Oooooohhhhh” con le bocche a forma di cerchio, poi lanciarono corde e gettarono funi per salvare le pecore nere diventate bianche e le mosche bianche diventate nere. Ma nessuna si salvò, solo una pecora nera rimasta nera e una mosca bianca rimasta bianca.
Le due si arrampicarono fin su’ in alto, gemettero e imprecarono talmente tanto da seccare la gola e stancare le orecchie. Alla fine arrivarono all’al di là e corsero di nuovo felici nel mondo dei lillà.
A guardare in basso ancora adesso vedon con spauracchio il mondo dell’Andirivieni sopra al fango alle tane ai bruchi e serpenti. Si muovono lente le pecore bianche e volano intorno le mosche nere si muovono avanti si muovono indietro si muovono in qua si muovono in là , ma non c’e’ pace in quel posto e non c’e’ grazia ne’ beltà.